PERCHE’ NON DORMIRE IN UN HOTEL 4 STELLE SUPERIOR QUANDO SI COMPIE UN CAMMINO. QUALCHE RIFLESSIONE #PilgrimAttitude

“Perché dovrei dormire in un ostello o in un rifugio invece che in un comodo hotel?” è la tipica domanda che mi sento rivolgere quando racconto dei Cammini. Sulle facce appaiono espressioni sbalordite, restie o ammirevoli. Io rispondo spesso: “Posto che ogni persona è libera di scegliere ciò che più gli va’ di fare, esistono vari tipi di viaggi: 1) i viaggi comodi e rilassanti e 2) i viaggi avventurosi”.

Soltanto dopo aver capito qual è il viaggio che ci appartiene in quel preciso momento storico della nostra vita si può iniziare a comprendere il perché, quando si è pronti a compiere viaggi avventurosi, si avverta la necessità di limitare i propri vizi al minimo. Uscire dalla zona di comfort cui siamo abituati durante la nostra routine ci spaventa perché ridefinisce dei confini.

E’ paragonabile ad un licenziamento o alla fine di una storia d’amore: ci si ritrova disorientati, un po’ “in palla”, non si riconosce più la propria quotidianità. Ecco, sforzarsi per avviare questo procedimento volontario richiede una gran dose di coraggio e un gran senso di umiltà. Spogliarsi del superfluo ed accontentarsi delle briciole può diventare un training educativo che ci aiuta a districarci nelle situazioni non comuni, quasi ostili.

“E perché lo faresti di proposito, di non godere delle tue comodità?” è un altro quesito comune che talvolta molte persone tendono a rivolgermi in maniera un po’ superba. Do varie risposte, a seconda dell’interlocutore che ho davanti e di quello che mi dice il mio cuore in quell’istante.

Non tutti si meritano il meglio delle risposte, in fondo.

Se dovessi rifletterci ora, qui davanti al mio pc, affermerei che uscire dalla zona di comfort è stata inizialmente una sfida per il mio carattere. Oltre alla stanchezza di percorrere decine e decine di km al giorno durante i pellegrinaggi c’è sempre stata anche una sottile curiosità: quella di comprendere fino a che punto potessi arrivare. Qual era il mio potenziale? Beh, lo sto ancora sondando.

Accontentarsi del necessario, per me, significa essere grati di ciò che si ha. E tutti noi, riguardo a questo, forse avremmo qualcosa da imparare. Non sono ipocrita se scrivo che tante persone al mondo sono meno fortunate perché sono meno abbienti. E’ la cruda realtà. Molti popoli poveri (dell’Africa, dell’Oriente o del latino America, per esempio) godono a stento del necessario mentre noi siamo qui a lamentarci perché non “possediamo” abbastanza “cose” (e mi ci butto nella mischia, durante i miei momenti di ingratitudine verso l’Universo).

Percorrere i Cammini esercitando lo spirito di sacrificio, tollerando il dolore fisico, protraendo lo sforzo muscolare il più possibile mi aiuta a tornare in me. Divorare un bel piatto di pasta, un secondo e un contorno dopo tutto quel marciare mi fa’ sentire viziata come una regina. E distendermi sul letto all’interno di un convento antico, in una città fino ad allora sconosciuta, dopo aver lavato i 5 panni che avevo nello zaino da trekking mi da sempre una soddisfazione incredibile.

Ben vengano perciò i prati verdi su cui fare una siesta, i rifugi sgangherati o gli ostelli dove mi riposano accanto un coro di “russatori esperti”. Spazientisce all’inizio ma poi ci si rende conto che godi di infinite possibilità, quando sei tu a metterti in gioco.

E’ come quando hai finito di lavorare: ti liberi della tua fatica e ti godi la libertà. Solo che, durante un pellegrinaggio, hai scelto di essere sempre libero e questo dettaglio non ti fa’ più paura.

Néige e Me, Plaza del Obradoiro, Santiago de Compostela
Néige e Me, Plaza del Obradoiro, Santiago de Compostela

Elisa

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