Perché ho deciso di diventare una Guida Ambientale Escursionistica.

Tutto cominciò all’età di 18 anni, il 13 luglio 2006.

In realtà, tutto ebbe inizio il 28 febbraio 1987, il giorno in cui nacqui ma di quel giorno purtroppo non posseggo nemmeno il vago ricordo. Tuttavia dev’essere stato emozionante. Il viaggio è un tutt’uno e dura ormai da più di trent’anni.

Torniamo a quel giorno afoso di luglio, però.

Ero in compagnia di una cara amica che ora, purtroppo, tanto cara non è più. Adolescente, avevo appena terminato i miei esami di maturità: un periodo esasperato da stress, ansie, aspettative e sfide. Ero soddisfatta del mio 90/100 ma non troppo. Severa con me stessa e gli altri, incorruttibile nei miei principii, affrontavo un periodo di abulia e di bulimia insieme.

A tratti, usciva anche dell’arroganza ma positiva. Era quella sorta di rabbia che serve per rimettere in moto l’anima, per non accasciarsi in un angolo e piangere dal dolore.

Poi, ero alla ricerca. E di che cosa? Credevo della felicità. Soltanto adesso, in quanto mamma, capisco che prima di cercare la felicità devi trovare te stesso.

Partimmo agitatissime e stracariche di sogni. Li avevamo rubati dai nostri cassetti la notte prima e, con premura, li avevamo adagiati tra gli scomparti e le tasche del nostro zaino di 12 kg. Ricordo ancora l’emozione per quel volo da Milano Malpensa a Madrid. Probabilmente Ryanair doveva ancora arrivare in Italia. Era uno dei nostri primi voli, due ragazze senza genitori che non avevano idea di ciò che ci sarebbe accaduto in quelle tre settimane di viaggio. Programmando solamente la prima notte, in un ostello al civico 13 di Gran Via, eravamo completamente in ballo, aperte a tutto.

Ero disillusa dalla vita, già profondamente ferita. Non saprei proprio se ringraziare l’irriverenza della mia adolescenza o quella spinta interiore che, puntualmente come un vecchio amico, viene a bussarti alla porta di casa: “Ehi, hai intenzione di rimanertene tutto il giorno a cazzeggiare sul divano? Forza che andiamo a percorrere il Cammino di Santiago!”.

Oggi il Cammino di Santiago è stracolmo di gente. Per lo meno la via che percorsi dodici anni fa’, la ruta francés. Chi ci va’ per moda, per sport, per socializzare, per tentare di rispondere a qualche domanda che lo perseguita da un po’. Nulla a che vedere con i solitari pellegrini di un tempo che ne compivano tratti in ginocchio accompagnati da piaghe, vesciche o artriti. Non esistevano aiuti, se non una sconfinata fede, il pueblo e i cavalieri Templari che si battevano contro i banditi. Non c’erano Salewa, The North Face o Deuter. Il pellegrino vestiva una lunga schiavina, portava un bordone per scacciare gli animali, un cappello a tese larghe, una bisaccia e una zucca vuota per l’acqua. Chi terminava il Cammino poteva sperare nell’indulgenza ma soprattutto ritenersi un uomo fortunato.

Oggi il Cammino è sicuramente un altro Cammino eppure regala sempre esperienze incredibili. A seconda dei propositi del camminatore, a seconda del grado di consapevolezza con cui si parte. Come quando risalii il monte del Cebreiro e, dopo quell’estenuante salita, stesi le mie gambe stanche ma piene di energia su un pascolo che si affacciava sulla vallata sottostante. Il panorama fu talmente spettacolare che piansi e rimasi sola per una buona mezz’ora, di fronte a quella natura, col sole del mattino che mi baciava le guance. Niente telefoni, nessuno che interferisse con il mio momento cosmico, nessuna distrazione.

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Sul monte del Cebreiro (1300 mt) , dopo la sua scalata.
Oppure come quella volta in cui Attila, pellegrino ungherese con cui condividemmo una giornata di Cammino durante i primi giorni, tornò indietro sui suoi passi per cercare noi. Erano passate almeno due settimane e ci si presentò di fronte dicendo che “il Cammino lo avevamo cominciato insieme e Santiago, senza di noi, non era stata come l’aveva immaginata”. Lo accompagnammo alla stazione dei pullman, nella periferia di Santiago e finalmente ci congedammo.

Infine devo ricordare Marc, pellegrino svizzero che ci donò momenti di allegria e di commozione, sul Cammino. Si distaccò da noi più e più volte, sentiva la necessità di rimanere solo, al limite con qualche fantasma del passato. Un pomeriggio, prima del paesino di Molinaseca, trovai il suo cappello in mezzo ad un sentiero. Mi commossi, erano giorni che non avevamo sue notizie. Glielo restituii poco dopo, quando magicamente lo rincontrai.

Nel Cammino di Santiago, in qualche luogo remoto di antiche tradizioni, sembra ancora di vivere un’altra epoca. Ad esempio nel paesino in pietra del Cebreiro, con le sue pallozas e le bancarelle piene di minerali, amuleti portafortuna e licuori tipici. Oppure in piazza del Obradoiro, nel cuore di Santiago de Compostela, dove viandanti e musici si perdono in balli al suono di cornamusa.

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Pallozas, Galizia
Tornai da quel viaggio seriamente trasformata. Dall’agosto 2006, smisi di vomitare ogni giorno.

Capii che la testa non era sempre da ascoltare, contrariamente a ciò che mi avevano insegnato, e che cuore e corpo erano due nuovi mondi da esplorare.

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Con Néige, 3 anni, a Santiago.
Grazie di aver condiviso con me una parte del mio viaggio,

E.

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